Questo è il disco d'esordio di un nuovo gruppo romano costituito da Fabio Di Cocco al pianoforte, Andrea Avena al contrabbasso e Max De Lucia alla batteria. Il nome noto è quello di Andrea Avena che già in numerose occasioni ha avuto modo di evidenziare tutto il suo talento, ma, ad onor del vero, sia Di Cocco sia De Lucia sembrano avere tutti i requisiti per una brillante carriera. In ogni caso il gruppo funziona bene, con un interplay frutto ovvio di una profonda reciproca conoscenza e di una sincera corrispondenza di intenti oltre che di una solida preparazione di base che si estrinseca in una pratica strumentale matura, coerente, mai fine a sé stessa o tendente all'esagerazione, cosa piuttosto comune in quanti vogliono dimostrare il loro valore. Di qui un album "pensato" e sotto certi aspetti "sofisticato"; l'intento è chiaro: presentare in chiave jazzistica una serie di belle canzoni italiane scritte da alcuni dei nostri più valenti autori. E fin qui nulla di nuovo…solo che per condurre in porto questa operazione i tre hanno fatto ricorso ad un materiale tematico tanto affascinante quanto poco frequentato...almeno dai jazzisti. Così accanto a brani celebri quali "La gatta", "Tu sì 'na cosa grande" e "Parlami d'amore Mariù" figurano brani meno battuti come "Agnese" di Ivan Graziani o "Storia d'amore" di Adriano Celentano. In ogni caso il trio mostra una gradevole originalità interpretativa ed un senso della misura davvero raro. Insomma una prova più che positiva per cui ci auguriamo di poter quanto prima gustare un altro album del trio, magari impegnato su un materiale tematico di tutt'altra natura.
Panastudio CDJ 1089-2 - 58'49"
Inizialmente ero abbastanza prevenuto verso questo CD, vuoi la grafica non particolarmente riuscita, vuoi il fatto che sembrava riproporre il solito clichè interpretativo di canzoni italiane in "jazz langauge" che sinceramente mi sembra una pratica fin troppo frequente e abusata della nostra discografia. Alla fine invece ascoltandolo mi sono accorto piacevolmente che il Di Cocco trio, non cerca niente di oleografico e di "piacione" ma fa veramente jazz, perché effettivamente svolge l'assunto armonico dei brani in un linguaggio non ambiguo né interpretativo ma effettivamente jazzistico nelle aperture, negli accenti e nello spirito. In pratica l'operazione consiste nel non far essere, se non nell'involucro, più la canzone che era prima, ma nel dare l'occasione per far decollare le possibilità interpretative che appunto, può offrire la rilettura del punto di vista del jazz. Si veda per esempio nei begli arrangiamenti di Tienimi dentro te di F. Concato, che già partiva armonicamente in modo "privilegiato" per il jazzista e si trasforma in un delizioso "fast" o di Storia d'amore di Celentano che diventa uno stranissimo e intrigante "latin" dove la melodia è completamente "spostata" e l'armonia si destruttura in un bel gioco di contrappunti con il contrabbasso e il drumming spezzettato. Alla fine il gioco diventa intrigante e ti viene la curiosità di capire che soluzione verrà trovata per dipanare ad es. un brano bello e banale come La gatta di Gino Paoli che viene stirato, preso, per i capelli, spezzato ma non perde mai il suo senso e diventa l'occasione per un bel solo. Cosa resta della canzone … sinceramente nulla, se non la citazione ricorrente della progressione melodica più famosa della canzonetta italiana. Tu si 'na cosa grande di Modugno riprende la logica latin ma è leggermente più "appesantita" senza ironie ; Parlami d'amore Mariù diventa una milonga affascinante. Tra le meno riuscite citerei Generale di De Gregori, che forse si dilunga un po' o anche Agnese di Ivan Graziani, forse perché entrambe restano troppo legate all'origine, o ad un "mood" costante mentre tra le più belle citerei, oltre al brano di Concato e quello di Celentano, Voglio vivere così di D'Anzi, direi riuscitissima e divertente e La canzone di Marinella di De Andrè. Insomma una operazione piacevole ed intelligente che ci mostra un pianista giovane ma smaliziato, in grado di sostenere egregiamente l'operazione e un trio che marcia bene con i bravi e puntuali Avena e De Lucia. E' positivo il fatto che la canzone sia presa non per quello che è ma per quello che potrebbe essere, senza cedimenti, ma resta un po' il dubbio sulla prospettiva finale dell'operazione che non ha particolari orizzonti di senso. Credo che però l'intelligenza di Di Cocco e anche la sua indubbia bravura saprà trovare altri piacevoli modi per far parlare di sé.
Antongiulio Zimarino - Jazz Convention Year 2003
Fabio Di Cocco trio - Made in Italy
An evening with G.Gershwin, titola l'ultimo lavoro di Fabio Di Cocco. Ascoltando però il cd verrebbe da pensare: "Solo una sera?". Scherzi a parte, lo straordinario pianismo così elegante e calibrato di Di Cocco è davvero disarmante. A distanza di qualche anno dal suo primo lavoro che lo vede come protagonista assoluto ed autore dei pezzi, Fabio torna sul mercato internazionale con un altro piano solo ma improntato sulle opere di uno dei più importanti compositori del panorama musicale americano. Sto parlando di George Gershwin, autore di innumerevoli capolavori. Le sue opere sono parte del repertorio di ogni musicista anche a distanza di decenni (alcune di queste composizioni anche anche più di 70 anni!), a conferma dell'eccezionale valore di questo artista. Il nostro Di Cocco, romano doc, appassionato e conoscitore della sua musica ha saputo con maestria riprendere alcune delle composizioni più emblematiche di Gershwin, arrangiandole con libertà di composizione e sapiente gestione ritmica. Infatti, tra gli aspetti più peculiari delle interpretazioni qui presentate, vi è una graduale variazione armonica e melodica che non fa discostare mai l'attenzione dalla orginaria struttura dei brani così come si può rilevare un timing molto valido nonostante l'assenza di una base ritmica. Un cd veramente piacevole da ascoltare e rilassante; da associare magari ad un buon vino da meditazione o in macchina nel silenzio della notte! Un omaggio a questo immortale della musica proposto con sensibilità e competenza stilistica.
Alex Gibelli per Jazzitalia
Fabio Di Cocco
An evening with G. Gershwin
Fabio Ciminiera - Jazz Convention Year 2004
Fabio Di Cocco - An evening with G. Gershwin
Una serata con George Gershwin... una visione enciclopedica dei temi e delle canzoni composti da George Gershwin e, di conseguenza, tra i più belli e più interpretati nella storia del jazz, rivisti dal solo pianoforte di Fabio Di Cocco, che sceglie il fior fiore del repertorio del grande compositore americano: A foggy day, I got rhythm, But not for me e Summertime, The man I love e Embraceable you, Someone to watch over me e S'wonderful costituiscono una scelta sicuramente azzeccata nel song-book gershwiniano, facile da una parte - anche se più facile la scelta più arduo si fa il confronto con coloro che hanno già eseguito e reso celebri questi capolavori; assolutamente difficile trovare, d'altro canto, qualche percorso inesplorato nel mondo di Gershwin... anche perchè dovendo pensare una serata con Gershwin e, magari con qualcuno che ascolta per la prima volta, diventa pressoché obbligatorio scegliere determinati brani. L'interpretazione del pianista è rispettosa del tema e posata nelle improvvisazioni e tende a privilegiare gli aspetti lirici e la malinconia di alcune atmosfere nelle ritmiche e nello sviluppo generale dei brani. Il punto di partenza è strettamente legato a quelle che sono le intenzioni e le implicazioni del cantato e del tema per poi allontanarsi, poco a poco e con giudizio, nelle improvvisazioni, come ad esempio accade soprattutto in I got rhythm o in Summertime, che viene resa con una versione più ritmata, sincopata quasi, di quanto si è soliti ascoltare; altrove il pianista privilegia armonie più rarefatte, come in But not for me, The Man I love e Embraceable you, per andare a cogliere la vena romantica della scrittura di Gershwin. L'intento di Fabio Di Cocco è quello di sviluppare una propria versione, in solitudine, di questi celeberrimi pezzi senza ricorrere alle dinamiche tipiche del piano solo, vale a dire inserimento di temi, cambi repentini e violenti di tempo e atmosfere, momenti di libertà creativa e composizione senza rete: An evening with George Gershwin (il nome puntato nel titolo, non è scelta felicissima...) rappresenta un accostarsi a un corpus di canzoni eccezionali, nella forma del piano solo, interpretando i brani e aggiungendo particolari per darne una propria versione che risulta in ogni modo rispettosa dell'originale. E ne viene fuori un disco ben bilanciato, che riesce, senza problemi, a inserirsi nella vasta scelta di tributi, omaggi e rivisitazioni gershwiniane: suonato con attenzione, tenendo ben presente l'idea di condurre l'ascoltatore attraverso questi brani, il lavoro di Fabio Di Cocco mantiene un equilibrio e una tensione costante durante le dieci tracce proposte.
A parere di chi scrive, George Gershwin è ancora stato poco esplorato. Come anche, sempre a parere di chi scrive, affrontare da solo Gershwin è impresa quanto mai complessa e dall’esito imprevedibile. Fabio di Cocco in questo suo CD si è lanciato nell’'avventura ed ha rischiato grosso, riuscendo a portare a casa la pelle, e riuscendo, alla fine dell’'operazione, a uscirne con vari punti in più. Chi sta scrivendo ha sempre presente, quando ascolta un brano jazz, l’'aurea massima di Ellington, che tutti ormai conoscono, che se non c’è swing, è altro, e questo Fabio di Cocco lo sa benissimo, tanto da permettersi il lusso di criptare lo swing nei dieci brani che sono presenti su questo CD. Fabio di Cocco ha preso il toro per le corna e si è permesso dei lussi quanto mai rischiosi. Ha nascosto lo swing dei brani eseguiti da lui sotto una serie di armonie e di fraseggi che più rimandavano a una maniera di eseguire “classicamente” dei brani di musica fortemente connotata come quella di Gershwin. Si è permesso il lusso di manipolare le armonie gershwiniane fino a ricondurle nei pascoli che sono per lo più frequentati dai bisonti che ritengono la musica classica come la propria terra promessa e ha addirittura eliminato i forti e i piani quasi fossero troppo emblematici di una musica che comunemente viene chiamata jazz. Ha gestito uno straordinario materiale sonoro che ha nella propria riconoscibilità uno dei suoi punti di forza, fino a dargli una veste meno riconoscibile ma non per questo meno affascinante. Last but not least, ha ordinato i dieci brani secondo una sequenza logica che "costringe" chi ascolta a rendersi conto dell’organico sviluppo dell’intero progetto che “è” presente nel CD del quale noi stiamo parlando. Operazione complessa e difficile, operazione che Fabio di Cocco ha portato in porto con grande sagacia e con grande padronanza della musica e dello strumento. Quando all’inizio egli è partito con un’aura classica che mi ha fatto ricordare Kenny Barron in “Misterioso” di Thelonious Monk, è immediatamente riuscito a non farsi catturare platealmente dallo swing per iniziare il suo svisante discorso ed ha così continuato, promettendo in continuazione, senza scoprirsi molto sul terreno jazzistico canonico, privilegiando piuttosto armonie alte che farebbero drizzare le orecchie ai cosiddetti classici e, in seguito, ha lanciato dei nano secondi di stride, come a dire, guardate che so che cosa è lo swing, guardate che so come gestire le variazioni sul tema in maniera jazzata! E tutto questo in un silenzioso e misterioso crescendo. Non a caso il numero sette, "Summertime", e il numero otto, "S’wonderful", del CD hanno la maggior dose di swing e di variazioni esplicitate più del solito all’interno dell’intero CD. E nell’ultimo brano, “The man I love”, Fabio di Cocco, sapendo ormai benissimo di rischiare il tutto per tutto, ha inondato il territorio degli ascoltatori con grandi armonie complesse e ardite, ancorchè caratterizzate da infinita tenerezza. Un CD che va ascoltato e riascoltato per leggerne la sofisticata trama e la complessa genesi. Forse Gershwin lo avrebbe ascoltato/apprezzato con molta simpatia e compiacimento.
Franz Falanga (www.altrisuoni.org)
Entriamo subito nel vivo del suo ultimo progetto, Looking up. The music of Michel Petrucciani. Oserei definirlo un tributo al pianista francese, scomparso a soli 36 anni nel ’99, a causa di una terribile malattia che lo affliggeva da sempre. Mi ha molto colpito ciò che ha scritto Kenny Mathieson: “Petrucciani costruì un enorme seguito per le sue apparizioni in concerto intorno al mondo, ma vedere la sua minuscola, contorta figura, lottare con la tastiera del piano che sembrava di colpo enorme, le gambe spingere ai pedali particolarmente estesi, poteva essere una esperienza sconvolgente”… . D.P. Lei che cosa ne pensa? F.D.C E’ vero, il pianoforte appariva di colpo enorme, ma dopo le prime note il rapporto si rovesciava: il pianista sembrava giganteggiare e, a prezzo di un enorme sforzo fisico, riusciva a dominare la tastiera per esprimere finalmente tutto il suo genio improvvisativo. E’, il mio, un tributo al pianista, ma ancora di più al compositore. Gusto armonico sopraffino, melodie evocative, inesorabile senso ritmico: le opere di Petrucciani sono intrise di una prepotente voglia di vivere, a dispetto di una vicenda umana tanto dolorosa. L’ho scoperto nel 1982. Ero in una fase di studio del piano solo, e ascoltavo molti dischi solistici: Jarrett, Evans, Monk, Solal. Avendo sentito parlare di lui, acquistai Oracle’s Destiny, e ne fui entusiasta. In realtà, i lavori successivi sono addirittura superiori. C’è un aspetto in particolare che mi ha spinto a dedicarmi a questo progetto: la musica di Petrucciani riesce ad arrivare a un pubblico molto vasto, senza scendere a compromessi con l’aspetto qualitativo. D.P. Cosa caratterizza il “pianismo” di Petrucciani? Anche la Sua formazione era di tipo classico? E al jazz come è arrivato? F.D.C La sua solida formazione classica si evidenzia soprattutto nella tecnica, ma Petrucciani era il tipico allievo ribelle, che voleva suonare a modo suo, e per sua stessa ammissione aveva uno scarso rispetto delle interpretazioni canoniche dei classici. Penso che per quel tipo di musicista lo sbocco nella musica afroamericana sia inevitabile, perché è la sola che può consentire libertà creativa, per mezzo di improvvisazione, riarmonizzazioni, poliritmie. D.P. Dal Suo curriculum mi sembra che lei viva in equilibrio fra il mondo della musica classica e quello della leggera. Dopo il diploma in Pianoforte nel 1991, era già in un certo senso proiettato “oltre” l’ambiente classico? Il diploma era la prima tappa in un percorso che portava a nuove sperimentazioni? F.D.C Toccare nuovi settori era sicuramente un mio desiderio, ma oggi considero concluse le mie esperienze di musica pop. Si è trattato di una fase formativa di grande importanza per me, ma attualmente sono attratto da progetti personali che richiedono un impegno costante. Li considero due mondi musicali estremamente distanti: quelle che nel pop sono priorità (approccio ritmico funzionale agli stili pop, conoscenza del mondo cantautorale e dell’armonia specifica, capacità di sintesi dei suoni) non sono neanche argomenti di studio nel mondo classico.
D.P. Nel frattempo, nel 2000, ha fondato un trio: con Andrea Avena al contrabbasso e Max De Lucia alla batteria, è nato recentemente il CD significativamente intitolato Made in Italy. F.D.C Made in Italy è un progetto che negli anni scorsi mi ha coinvolto molto, tra scelta delle canzoni, tipo di rilettura, arrangiamento. Lo stimolo maggiore è nella ricerca della coesione ritmica e delle dinamiche d'’insieme. Per dedicarmi ai progetti solistici di Gershwin e Petrucciani ho dovuto accantonarlo, ma il trio resta una delle mie formule preferite. D.P. Cosa pensa oggi del mondo del rapporto dei giovani con la musica classica? Cosa si può fare per suscitare maggiormente il loro interesse? F.D.C Nei Conservatori si “propina” un approccio alla musica che giudico negativo, fatto di troppa attenzione all’'esecuzione e poca alla consapevolezza. Le mie priorità nell'’insegnamento della musica sono tecnica, armonia, ear-training, training ritmico e improvvisazione: in Conservatorio solo la tecnica viene trattata a dovere, dell’'armonia ci si sbarazza in poco tempo, mentre ritmo, educazione dell’'orecchio e improvvisazione sono pressoché sconosciuti. Stupisce soprattutto che sia ignorata l'’improvvisazione, dato che i grandi compositori classici erano tutti eccezionali improvvisatori. D.P. Lei si definisce quindi un pianista poliedrico? F.D.C Mi definisco un pianista che cerca di migliorarsi. © Copyright 2004 - Biblio-net.com